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EDITORIALE

AL RISVEGLIO DAL LOCKDOWN

Dalle ripercussioni sulla vita relazionale e psicologica alle possibilità di resilienza della ripresa

di Valeria Cioffi

 Durante l’ultimo periodo di lockdown, a causa dell'influenza pandemica dovuta al Covid-19, che è stata la più grande e drammatica emergenza sanitaria dell’attuale periodo storico, 3,9 miliardi di persone, ovvero più dell’intera popolazione mondiale degli anni ’70 [1], sono state costrette a rimanere a casa per evitare di contrarre il virus e limitare la diffusione dell’infezione. Era l’11 marzo del corrente anno quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ufficialmente dichiarato lo stato di pandemia. Ad oggi, 5 giugno, solo in Italia, risultano positivi 36976 individui, 33774 sono i deceduti e 163781 sono i guariti [2].Stiamo gradualmente assistendo al risveglio di un intero Paese, che, seppur ancora con le dovute restrizioni, si è avviato ad una ripartenza. Tuttavia, trovandoci ancora agli albori di questa ripresa, è prematuro tracciare un realistico bilancio delle conseguenze a lungo termine di questa pandemia sulla nostra salute mentale, sulle nostre relazioni e in generale su quella che è la nostra forma mentis societaria. Per quanto il confinamento forzato non sia un’esperienza ignara all’umanità, va sottolineato che l’attuale esperienza si connota di caratteristiche uniche per l’entità del fenomeno: mai nella storia contemporanea le persone si sono trovate obbligate ad un tale distanziamento sociale. Per tali ragioni si tratta di una condizione poco conosciuta dagli esperti, i cui effetti psicologici sono ancora poco studiati. Quando una popolazione si trova esposta a una pandemia, come quella dovuta al Coronavirus, è necessario innanzitutto assumere una prospettiva più ampia che riguarda cioè il mondo intero, con una serie di problemi da considerare. In primo luogo, l’emergenza sanitaria ha aggiunto un ulteriore elemento di complessità al nostro mondo di per sé già complesso. Le persone stavano affrontando le loro sfide quotidiane in ambito finanziario, lavorativo, familiare e relazionale, che spesso già erano fonti di ansia e sofferenza, e si sono ritrovati ad affrontare la minaccia del virus, che ha cambiato in modo significativo la modalità con cui conducevano e organizzavano le loro vite. La prima reazione per molti è stata di incredulità e di negazione, per poi via via sperimentarsi sempre più vulnerabili e sopraffatti, sino a ritrovarsi a fronteggiare la solitudine dovuta all’isolamento obbligatorio. Evitare di incontrarsi, abbracciarsi e baciarsi, o semplicemente di stringersi la mano o ancora darsi una pacca sulla spalla reprime un istinto profondo della specie umana [3].Secondo una recente meta-analisi [4], numerose sono le possibili conseguenze del prolungato isolamento sociale, aumentando quasi di un terzo il rischio di morte negli esseri umani. Infatti, lo stress da esso causato può generare alterazioni al nostro stato di arousal e al nostro sistema immunitario, sino ad aumentare i nostri livelli di infiammazione, provocando, come in un effetto domino, una serie di ricadute a livello comportamentale, cognitivo ed emotivo. Queste ultime manifestazioni possono a loro volta esitare in un aumento delle risposte di paura e di ansia, in un aumento dell’aggressività, della depressione e in generale in un aumento del senso di solitudine dell’essere umano. Proprio questo sentimento di solitudine può renderci più sensibili al rifiuto sociale o a eventuali segnali di esclusione, anche di minima entità, quali possono essere una chiamata non risposta o un like mancato ad un post, innescando un circolo vizioso in grado di provocare a lungo termine un deterioramento delle reti sociali [5]. Tutti questi effetti risultano amplificati in soggetti fragili come gli anziani, le donne in gravidanza e i soggetti con disturbi mentali. In alcune circostanze, inoltre, la convivenza forzata a livello familiare ha aumentato il rischio di reiterazione di agiti di rabbia e aggressività, sino ad esitare in un aumento dei casi di violenza domestica e di genere. Il prolungato isolamento ha anche danneggiato le dinamiche socio-economiche, con gravi ricadute sulle fasce di popolazione più povere. Diffuse sono state le esperienze emotive di rabbia e aggressività verso il governo, le istituzioni e gli organi di potere, con manifestazioni di elevata diffidenza e scarsa fiducia verso le informazioni fornite dalle varie autorità competenti, il tutto lasciando pensare ad un aumento esponenziale di angosce paranoidee societarie. Una ricerca sui soggetti in isolamento per possibili contatti con malati di SARS ha rilevato che, anche al termine dell’epidemia, quando il pericolo di contrarre la SARS non esisteva più, nelle settimane successive, il 54% dei reduci dall’isolamento continuava a tenersi lontano da chi tossiva o starnutiva, il 26 % non entrava in locali affollati e il 21% evitava tutti gli spazi pubblici [6]. Un altro studio ha evidenziato che anche dopo molti mesi alcuni continuavano a lavarsi ossessivamente le mani ed evitare le folle; e negli anni successivi i sanitari, che erano stati costretti all’isolamento, correvano un maggior rischio di abuso di alcool, di assenteismo lavorativo e di evitamento dei contatti con i pazienti [7]. Un’altra ripercussione contemplata riguarda la stigmatizzazione nei confronti di coloro che lavorano a contatto con pazienti infetti. Gli operatori sanitari (infermieri, medici, operatori-sociosanitari, tecnici di laboratorio, ecc.) sono tra le persone più esposte e soggetti ad un forte carico di stress e rischio di burnout. Lo stress fisico causato dai dispositivi di protezione, il costante stato di allerta e vigilanza in cui versano, i turni di lavoro estenuanti, nonché il timore di contagiare amici e parenti a causa della maggiore esposizione sul luogo di lavoro, costituiscono fattori di rischio che predispongono tale categoria alla possibilità di sperimentare una serie di disagi psicologici che possono nel tempo concretizzarsi in disturbi psichici conclamati. In tal senso, anche in questa fase di ripresa, è necessario tutelare e supportare la salute e il benessere mentale di tutti gli operatori sanitari che agiscono in prima linea, sostenendoli con interventi di salute mentale e supporto psicosociale. Le domande che emergono dallo sfondo sono le seguenti: “Come si può a livello comunitario essere resilienti in questa «fase di ripresa»?”, ovvero “Come si può gestire positivamente questo stress che ha coinvolto il mondo intero?” “Come possiamo trovare un adattamento creativo a tutto ciò?”. In un momento così delicato, è fondamentale innanzitutto che i segnali di sofferenza del singolo individuo non vengano sottovalutati e che si ponga su di essi la dovuta attenzione in modo da garantire una presa in carico tempestiva del disagio. Ora più che mai, sarà fondamentale sforzarsi di mantenere una certa centratura, tenendo ben presente il limite oltre il quale la prudenza sconfina nel territorio dell’ansia, che può portare ad atteggiamenti davvero poco utili a proteggersi dall’infezione (anche noi clinici ci ritroveremo a ristabilire il confine tra ciò che definiamo patologico e ciò che non lo è). Per ridurre l’ansia e lo spaesamento è utile focalizzarsi su un’adeguata strutturazione del tempo [8], ricreando nuove routine e abitudini, in grado di sostituire quelle che un tempo ci ancoravano all’esistenza. Tutto questo senza perdere di vista che questo adattamento è nelle nostre capacità, risiede nella nostra Phisis [9], ovvero in quell’energia vitale che è dentro di noi, che ci consente di affrontare anche i momenti più difficili con resilienza, perché anche un trauma può portare a una crescita positiva, rinforzando le capacità di ognuno di noi nel gestire le avversità future. Quindi, per essere resilienti in questa fase di ripresa, occorre smetterla di essere giudicanti verso il prossimo ed evitare azioni che possano indurre lo stigma e la discriminazione, piuttosto occorre mostrarsi responsabili e ricordare che pensare al bene dell’altro significa pensare al proprio bene.

 

Bibliografia

 

  1. Cattaneo, M. (2020). I giorni della separazione. Mind, 185, XVIII, maggio, 3.
  2. http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus
  3. Sabato, G. (2020). Le conseguenze dell’isolamento. Mind, 185, XVIII, maggio, 24-31.
  4. Holt-Lunstad, J., Smith, T. B., Baker, M., Harris, T., & Stephenson, D. (2015). Loneliness and social isolation as risk factors for mortality: a meta-analytic review. Perspectives on psychological science10(2), 227-237.
  5. Brooks, S. K., Webster, R. K., Smith, L. E., Woodland, L., Wessely, S., Greenberg, N., & Rubin, G. J. (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet.
  6. Reynolds, D. L., Garay, J. R., Deamond, S. L., Moran, M. K., Gold, W., & Styra, R. (2008). Understanding, compliance and psychological impact of the SARS quarantine experience. Epidemiology & Infection136(7), 997-1007.
  7. Cava, M. A., Fay, K. E., Beanlands, H. J., McCay, E. A., & Wignall, R. (2005). The experience of quarantine for individuals affected by SARS in Toronto. Public Health Nursing22(5), 398-406.
  8. Berne, E. (1964). Games people play: The basic handbook of transactional analysis.  Berne.–New York: Ballantine Books.
  9. Berne, E. (1947). The mind in action. New York: Simon and Schuster.

 

Pubblicato: 2020-06-08

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