• Gennaio - Giugno 2019
    V. 1 N. 1 (2019)

    Phenomena Journal è un giornale semestrale redatto in double-blind peer-review (revisione in doppio cieco alla pari) rivolto ad esperti nei settori della Psicopatologia, delle Neuroscienze e della Psicoterapia. Il giornale ha l’obiettivo di pubblicare articoli, revisioni, ipotesi metodologiche di studio, articoli di opinione, prodotti da nomi del panorama nazionale ed internazionale dei settori di interesse della rivista. In aggiunta il giornale ambisce a diffondere la cultura scientifica nei settori non esclusivamente accademici come ad esempio ambiti clinici non specializzati in progetti di ricerca. Il giornale, gestito dal gruppo di ricerca Phenomena, edito da Marp Edizioni, offre supporto editoriale attraverso una modalità disponibile e flessibile per tutti coloro che vogliono avvicinarci al mondo della Ricerca Scientifica. Gli articoli sono disponibili al sito www.phenomenajournal.it e sono coperti da licenza Open Access. 

    EDITORIALE DEL DIRETTORE RESPONSABILE

    Intrecciare la complessità nelle pagine della rivista

    di Raffaele Sperandeo

    Il bisogno di fondare una rivista che mettesse insieme neuroscienze, psicopatologia e psicoterapia nasce dalla consapevolezza che questi tre ambiti scientifici, apparentemente separati, hanno molte aree di sovrapposizione e di interscambio continuo. Queste tre aree della scienza, infatti, hanno come oggetto di indagine differenti qualità emergenti della stessa entità complessa; in sostanza focalizzano i loro sforzi sul medesimo oggetto da ottiche differenti[1]. Il sistema complesso a cui facciamo riferimento, l’essere umano in relazione, vede articolarsi tra loro parti biologiche intra-individuali, relazioni tra individui e dimensioni culturali. Dall’interazione organizzata e sistematica tra questi elementi emergono differenti realtà: il connettoma cerebrale, le disfunzioni dell’io e l’organizzazione del sé, che sono oggetto di studio rispettivamente, delle neuroscienze, della psicopatologia e della psicoterapia[2]. Gli studiosi di queste tre discipline non sempre sono stati e non sono sempre consapevoli che l’oggetto della loro indagine è una realtà emergente dalla complessità dell’essere umano situato nel mondo. La ricerca scientifica in quest’ambito, per molti decenni  si è fondata sull’idea di un’oggettività e di un universo costituito da oggetti isolati sottoposti a leggi di causalità lineare[3]. Per Morin questa iper-semplificazione ci ha reso ciechi davanti alla complessità del reale, producendo una vera e propria patologia della ragione. Fin dall’inizio del secolo scorso è diventata sempre più rilevante l’evidenza che i fatti di natura non presentano quei requisiti che li rendono accessibili ai metodi scientifici classici. Alla stesso modo le esperienze psichiche, vissute essenzialmente in prima persona, fuggono completamente alla possibilità di essere descritti con metodi quantitativi e in terza persona. Tuttavia, i programmi di ricerca di area psichica, per quasi tutto il secolo scorso, si sono orientati verso tentativi di semplificazione dell’oggetto di studio. Alcuni hanno rifiutato di approfondire i processi intrinseci alla mente definendola “scatola nera“; altri hanno accettato di operare con semplificazioni grossolane dei metodi di misura dell’esperienza psichica. Per fortuna i programmi di ricerca di area fisica e biologica hanno affrontato la questione della complessità e hanno prodotto riflessioni epistemologiche e metodi di ricerca coerenti con la problematica dello studio dei fenomeni naturali[4]. Da più di un decennio ormai i metodi dell’intelligenza artificiale hanno fatto irruzione nell’area delle scienze della mente. Anche se i confini delle psicologie computazionali non sono ancora chiaramente definiti, con l’intelligenza artificiale sono entrati nella scienze della mente i metodi di studio dei sistemi complessi. Indubbiamente l’utilizzo di strumenti di calcolo capaci di approssimare l’essenza della natura ci rende più arditi nel lasciare le spiagge sicure della causalità lineare e avventurarci tra le alte onde degli spazi multidimensionali[5]. Disegnando attraverso la rivista l’intersezione tra psicoterapia neuroscienze e psicopatologia si abbraccia una visione sistemico integrata allo studio dell’essere umano nella sua interezza. Questa visione interpreta la patologia come una qualità emergente dall’interconnessione complessa di dimensioni psichiche sociali e biologiche e può fornire la base a trattamenti efficaci ed umanizzati. Tra le pagine della rivista si potrà andare oltre l’asfittica e asfissiante contrapposizione tra mente, corpo e ambiente, superando le semplificazioni dei metodi scientifici (e di cura) ai quali per decenni abbiamo assistito e assistiamo in psichiatria e psicoterapia. La nostra aspettativa e che il dialogo aperto nello spazio condiviso tra queste tre aree della scienza applicata all’uomo sofferente, crei un valido momento di integrazione della complessità e sulla scia del pensiero di Morin permetta ai nostri lettori ed autori di sviluppare una testa ben fatta piuttosto che una testa ben piena[6].

    1. Gabbard, G. O. (2006). Mente, cervello e disturbi di personalità. Psicoterapia e Scienze Umane.
    2. Oliverio, A. (2016). Il cervello e l’inconscio. Psicobiettivo.
    3. Shapiro, Y. (2018). Dynamical systems therapy (DST): complex adaptive systems in psychiatry and psychotherapy. In Handbook of Research Methods in Complexity Science. Edward Elgar Publishing.
    4. Morin, E., Gembillo, G., & Anselmo, A. (2011). La sfida della complessità. Le Lettere.
    5. Baranyi, P., Csapo, A., &Sallai, G. (2015). CogInfoCom-Driven Research Areas. In Cognitive Infocommunications (CogInfoCom)(pp. 57-71). Springer, Cham
    6. Morin. (2004) La testa ben fatta. Erickson.

     

  • Luglio - Dicembre 2019
    V. 1 N. 2 (2019)

    Phenomena Journal è un giornale semestrale redatto in double-blind peer-review (revisione in doppio cieco alla pari) rivolto ad esperti nei settori della Psicopatologia, delle Neuroscienze e della Psicoterapia. Il giornale ha l’obiettivo di pubblicare articoli, revisioni, ipotesi metodologiche di studio, articoli di opinione, prodotti da nomi del panorama nazionale ed internazionale dei settori di interesse della rivista. In aggiunta il giornale ambisce a diffondere la cultura scientifica nei settori non esclusivamente accademici come ad esempio ambiti clinici non specializzati in progetti di ricerca. Il giornale, gestito dal gruppo di ricerca Phenomena, edito da Marp Edizioni, offre supporto editoriale attraverso una modalità disponibile e flessibile per tutti coloro che vogliono avvicinarci al mondo della Ricerca Scientifica. Gli articoli sono disponibili al sito www.phenomenajournal.it e sono coperti da licenza Open Access. 

    EDITORIALE 

    DALLA CAPSULA DI PETRI ALLA MENTE COMPLESSA

    PhD Valeria Cioffi

    Il senso comune tendenzialmente dà per scontata la differenziazione tra un soggetto “Io” che compie una determinata azione sull’ambiente circostante, che viene a sua volta considerato come oggetto, ovvero la controparte che in un certo senso subisce l’azione. Tuttavia, che cosa sia questo “Io” o che cosa si intenda per “mente” e dove possa collocarsi quest’ultima restano degli interrogativi a cui si fatica a dare risposta, se non con delle ristrette congetture, dando per scontato qualcosa che non lo è affatto: “dove inizia e finisce il proprio “Io”, nel processo di percezione e comprensione della realtà circostante?” [1].  In questo vuoto concettuale ci viene incontro l’illuminante teoria di mente incarnata di Gregory Bateson, il quale è stato sicuramente un precursore in questo campo; egli, infatti, considerando senza senso i confini tra l’Io e l’ambiente esterno, collocò il concetto di mente in un sistema più ampio: “Si può dire che la ‘mente’ è immanente in quei circuiti cerebrali che sono interamente contenuti nel cervello; oppure che la mente è immanente nei circuiti che sono interamente contenuti nel sistema: cervello più corpo; oppure, infine, che la mente è immanente nel più vasto sistema: uomo più ambiente” [2, p. 306]. Tuttavia, attualmente il senso comune tende ancora verso una scissione, di cartesiana memoria, tra un concetto astratto di mente, isolato in una qualsivoglia dimensione intraducibile dell’essere umano, e il mondo materiale, comprendente sia il proprio corpo che la realtà esterna. Questo impasse epistemologico, relativo alla scissione tra mente e materia, ha caratterizzato lo sviluppo delle scienze cognitive sin dagli anni ‘50, influenzandone il programma di ricerca scientifico e insidiandone sin dalle fondamenta i suoi risultati potenziali. Solo recentemente, al posto della tradizionale visione astratta e mentalistica, ha preso piede un nuovo paradigma centrato su di un approccio alla cognizione più incarnato e contestualizzato.  In particolare, negli anni ’90 si è diffusa, ad opera di Varela, Thompson e Rosch [3], una corrente denominata enattivismo che ha promosso una nuova teoria della mente secondo cui le strutture cognitive della mente emergerebbero dalle dinamiche senso-motorie intercorrenti tra l’agente incarnato (embodied) e il suo ambiente naturale (embedded) in cui esso è inserito, tali dinamiche consentirebbero poi all’azione di essere guidata in termini percettivi. In altri termini non è contemplabile nelle esperienze coscienti una scissione tra soggetto e oggetto, in quanto le interazioni senso-motorie di questi ultimi sarebbero costitutivamente connesse alle esperienze coscienti. Si tratta di un tentativo epistemologico di superare il gap galileiano relativo alla netta separazione tra mondo mentale e mondo esterno. In ricerche successive, O’Regan e Noë [4]  precisano il concetto di contingenza senso-motoria (sensorimotor contingency), intendendo qualcosa che per certi aspetti ricorda l’idea di affordance coniata da J. J. Gibson [5], ovvero un’evenienza di reciprocità tra il corpo del soggetto e ciò che lo circonda. Per meglio intendere è possibile assumere l’esempio di un paio di forbici, le quali presentano, tra le proprie contingenze senso-motorie, il fatto di dover essere inforcate con pollice e indice e mosse in un determinato modo per essere utilizzate; un altro esempio esplicativo potrebbe essere quello relativo ad una linea retta, la cui caratteristica contingente si rivela nel non variare per quel che riguarda la forma percepita laddove gli occhi ne percorrano una determinata direzione. In tal senso gli autori concludono che l’esperienza percettiva sia determinata dall’azione del soggetto cognitivo in un determinato ambiente, e dalle interazioni che, nell’agire in un modo piuttosto che in un altro, si stabiliscono con quell’ambiente. Dunque, è possibile affermare che l’esperienza cosciente non dipende solo dall’attività neurale, bensì dalla modalità attraverso cui essa viene a trovarsi immersa in quelle dinamiche senso-motorie che interessano il soggetto cognitivo e l’ambiente in cui esse si esplicano. “Quello che la percezione è, tuttavia, non è un processo nel cervello, ma un’attività esperita da parte dell’organismo come un interno. L’enattivismo sfida le neuroscienze e propone nuovi modi di intendere le basi neurali della percezione e della coscienza” [6, p. 2], le quali emergono dall’interazione fra cervello, corpo e ambiente esterno. Secondo Alva Noë [6] “la percezione non è qualcosa che accade a noi o in noi”, bensì “è qualcosa che facciamo”, non è, dunque, un processo nel cervello, ma una sorta di abile dinamismo del corpo nella sua complessità. L’autore propone il superamento del paradigma che confina la mente nel cervello, a favore dell’idea che la coscienza si definisca attraverso l’interagire del soggetto con il mondo circostante. “La coscienza assomiglia più alla danza che alla digestione. […] L’idea che l’unica indagine propriamente scientifica della coscienza sarebbe quella che la identifica con eventi nel sistema nervoso è frutto di un riduzionismo ormai datato. Tale idea è analoga a quella che considera la depressione solo un male cerebrale. In un certo senso, questo è ovviamente vero. Esistono “firme” neurali della depressione. L’azione diretta sul cervello, nella forma di una terapia farmacologica, può avere effetti sulla depressione. Ma in un altro senso, questo è ovviamente non vero. È semplicemente impossibile comprendere in termini unicamente neurali perché una persona cada in depressione […] Per progredire nella comprensione della coscienza occorre rinunciare alla microanalisi neurale interna” [7, p. XV]. In tal senso l’autore, partendo dall’assunto che le cellule cerebrali sono per lo più identiche, fornisce una serie di evidenze scientifiche a sostegno del fatto che il carattere dell’esperienza umana non possa in alcun modo essere determinato esclusivamente dalle proprietà dei singoli neuroni. In particolare riporta alcuni studi che hanno confutato l’esistenza di una specifica correlazione tra l’attività neurale in una precisa area del cervello e una determinata esperienza (ad esempio il legame tra la corteccia uditiva e l’esperienza uditiva o quello tra la corteccia visiva e l’esperienza visiva), a sostegno dell’idea che, grazie alla sua plasticità, la corteccia è in grado di favorire nuovi adattamenti, motivo per cui il legame tra le aree del cervello e l’esperienza cosciente può considerarsi malleabile [8, 9]. Altri studi hanno suggerito che la coscienza visiva non possa essere collegata al funzionamento di aree cerebrali adiacenti, bensì essa sembra coinvolgere processi cerebrali su larga scala e sulla lunga distanza [10]. Anche gli studi sugli stati vegetativi, apparentemente paragonabili a stati di veglia privi di coscienza, dimostrano l’impossibilità di basare una diagnosi medica solo sulle espressioni comportamentali correlate ad un determinato stato mentale [11, 12]. In accordo con l’autore è possibile concludere l’impossibilità di relegare la “coscienza in una capsula di Petri” (cfr. p.12), piuttosto si rivela necessaria l’adozione di un approccio teorico più ampio in grado di guardare a quella complessità intesa come caratteristica intrinseca della mente. Per quanto sia indiscutibile che la coscienza origini nel cervello, è opportuno assumere che la coscienza abiti piuttosto ne “la vita dinamica dell’intera persona o dell’intero animale immersi nel loro ambiente. È solo assumendo una prospettiva olistica sulla vita attiva della persona e dell’animale che possiamo cominciare a rendere intelligibile il contributo che il cervello dà all’esperienza cosciente. […] L’esperienza umana è una danza che si svolge nel mondo in compagnia di altri individui. Noi non siamo il nostro cervello. Non siamo rinchiusi nella prigione delle nostre proprie idee e sensazioni. Il fenomeno della coscienza, così come quello della vita, è un processo dinamico che coinvolge il mondo. Siamo di casa in ciò che ci circonda. Siamo fuori dalle nostre teste.” [7, p. XV].

    Bibliografia

    1. Galbusera, L., & Fuchs, T. (2013). Comprensione Incarnata: Alla riscoperta del corpo dalle scienze cognitive alle psicoterapia. The inquisitive mind.
    2. Bateson, G. (1972). Steps to an ecology of mind. New York, NY: Ballantine.
    3. Varela, F. J., Thompson, E., & Rosch, E. (1991). The embodied mind: cognitive science and human experience. MIT press.
    4. O’Regan, J. K., Myin, E., & Noë, A. (2004). Towards an analytic phenomenology: the concepts of “bodiliness” and “grabbiness”. In: Seeing, thinking and knowing (pp. 103-114). Springer, Dordrecht.
    5. Gibson, J. J. (1979). The ecological approach to visual perception. Boston: Houghton Mifflin.
    6. Noë, A. (2004). Action in perception. MIT press.
    7. Noë, A. (2010). Perché non siamo il nostro cervello: una teoria radicale della coscienza. Milano: Raffaello Cortina.
    8. Sur, M., Angelucci, A., & Sharma, J. (1999). Rewiring cortex: The role of patterned activity in development and plasticity of neocortical circuits. Journal of neurobiology, 41(1), 33-43.
    9. Hunt, D. L., Yamoah, E. N., & Krubitzer, L. (2006). Multisensory plasticity in congenitally deaf mice: how are cortical areas functionally specified?. Neuroscience, 139(4), 1507-1524.
    10. Rees, G., Kreiman, G., & Koch, C. (2002). Neural correlates of consciousness in humans. Nature Reviews Neuroscience, 3(4), 261.
    11. Laureys, S., Pellas, F., Van Eeckhout, P., Ghorbel, S., Schnakers, C., Perrin, F., ... & Lamy, M. (2005). The locked-in syndrome: what is it like to be conscious but paralyzed and voiceless?. Progress in brain research, 150, 495-611.
    12. Owen, A. M., Coleman, M. R., Boly, M., Davis, M. H., Laureys, S., & Pickard, J. D. (2006). Detecting awareness in the vegetative state. Science, 313(5792), 1402-1402.

     

     

  • Gennaio - Giugno 2020
    V. 2 N. 1 (2020)

    Phenomena Journal è un giornale semestrale redatto in double-blind peer-review (revisione in doppio cieco alla pari) rivolto ad esperti nei settori della Psicopatologia, delle Neuroscienze e della Psicoterapia. Il giornale ha l’obiettivo di pubblicare articoli, revisioni, ipotesi metodologiche di studio, articoli di opinione, prodotti da nomi del panorama nazionale ed internazionale dei settori di interesse della rivista. In aggiunta il giornale ambisce a diffondere la cultura scientifica nei settori non esclusivamente accademici come ad esempio ambiti clinici non specializzati in progetti di ricerca. Il giornale, gestito dal gruppo di ricerca Phenomena, edito da Marp Edizioni, offre supporto editoriale attraverso una modalità disponibile e flessibile per tutti coloro che vogliono avvicinarci al mondo della Ricerca Scientifica. Gli articoli sono disponibili al sito www.phenomenajournal.it e sono coperti da licenza Open Access. 

    EDITORIALE

    AL RISVEGLIO DAL LOCKDOWN

    Dalle ripercussioni sulla vita relazionale e psicologica alle possibilità di resilienza della ripresa

    di Valeria Cioffi

     Durante l’ultimo periodo di lockdown, a causa dell'influenza pandemica dovuta al Covid-19, che è stata la più grande e drammatica emergenza sanitaria dell’attuale periodo storico, 3,9 miliardi di persone, ovvero più dell’intera popolazione mondiale degli anni ’70 [1], sono state costrette a rimanere a casa per evitare di contrarre il virus e limitare la diffusione dell’infezione. Era l’11 marzo del corrente anno quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ufficialmente dichiarato lo stato di pandemia. Ad oggi, 5 giugno, solo in Italia, risultano positivi 36976 individui, 33774 sono i deceduti e 163781 sono i guariti [2].Stiamo gradualmente assistendo al risveglio di un intero Paese, che, seppur ancora con le dovute restrizioni, si è avviato ad una ripartenza. Tuttavia, trovandoci ancora agli albori di questa ripresa, è prematuro tracciare un realistico bilancio delle conseguenze a lungo termine di questa pandemia sulla nostra salute mentale, sulle nostre relazioni e in generale su quella che è la nostra forma mentis societaria. Per quanto il confinamento forzato non sia un’esperienza ignara all’umanità, va sottolineato che l’attuale esperienza si connota di caratteristiche uniche per l’entità del fenomeno: mai nella storia contemporanea le persone si sono trovate obbligate ad un tale distanziamento sociale. Per tali ragioni si tratta di una condizione poco conosciuta dagli esperti, i cui effetti psicologici sono ancora poco studiati. Quando una popolazione si trova esposta a una pandemia, come quella dovuta al Coronavirus, è necessario innanzitutto assumere una prospettiva più ampia che riguarda cioè il mondo intero, con una serie di problemi da considerare. In primo luogo, l’emergenza sanitaria ha aggiunto un ulteriore elemento di complessità al nostro mondo di per sé già complesso. Le persone stavano affrontando le loro sfide quotidiane in ambito finanziario, lavorativo, familiare e relazionale, che spesso già erano fonti di ansia e sofferenza, e si sono ritrovati ad affrontare la minaccia del virus, che ha cambiato in modo significativo la modalità con cui conducevano e organizzavano le loro vite. La prima reazione per molti è stata di incredulità e di negazione, per poi via via sperimentarsi sempre più vulnerabili e sopraffatti, sino a ritrovarsi a fronteggiare la solitudine dovuta all’isolamento obbligatorio. Evitare di incontrarsi, abbracciarsi e baciarsi, o semplicemente di stringersi la mano o ancora darsi una pacca sulla spalla reprime un istinto profondo della specie umana [3].Secondo una recente meta-analisi [4], numerose sono le possibili conseguenze del prolungato isolamento sociale, aumentando quasi di un terzo il rischio di morte negli esseri umani. Infatti, lo stress da esso causato può generare alterazioni al nostro stato di arousal e al nostro sistema immunitario, sino ad aumentare i nostri livelli di infiammazione, provocando, come in un effetto domino, una serie di ricadute a livello comportamentale, cognitivo ed emotivo. Queste ultime manifestazioni possono a loro volta esitare in un aumento delle risposte di paura e di ansia, in un aumento dell’aggressività, della depressione e in generale in un aumento del senso di solitudine dell’essere umano. Proprio questo sentimento di solitudine può renderci più sensibili al rifiuto sociale o a eventuali segnali di esclusione, anche di minima entità, quali possono essere una chiamata non risposta o un like mancato ad un post, innescando un circolo vizioso in grado di provocare a lungo termine un deterioramento delle reti sociali [5]. Tutti questi effetti risultano amplificati in soggetti fragili come gli anziani, le donne in gravidanza e i soggetti con disturbi mentali. In alcune circostanze, inoltre, la convivenza forzata a livello familiare ha aumentato il rischio di reiterazione di agiti di rabbia e aggressività, sino ad esitare in un aumento dei casi di violenza domestica e di genere. Il prolungato isolamento ha anche danneggiato le dinamiche socio-economiche, con gravi ricadute sulle fasce di popolazione più povere. Diffuse sono state le esperienze emotive di rabbia e aggressività verso il governo, le istituzioni e gli organi di potere, con manifestazioni di elevata diffidenza e scarsa fiducia verso le informazioni fornite dalle varie autorità competenti, il tutto lasciando pensare ad un aumento esponenziale di angosce paranoidee societarie. Una ricerca sui soggetti in isolamento per possibili contatti con malati di SARS ha rilevato che, anche al termine dell’epidemia, quando il pericolo di contrarre la SARS non esisteva più, nelle settimane successive, il 54% dei reduci dall’isolamento continuava a tenersi lontano da chi tossiva o starnutiva, il 26 % non entrava in locali affollati e il 21% evitava tutti gli spazi pubblici [6]. Un altro studio ha evidenziato che anche dopo molti mesi alcuni continuavano a lavarsi ossessivamente le mani ed evitare le folle; e negli anni successivi i sanitari, che erano stati costretti all’isolamento, correvano un maggior rischio di abuso di alcool, di assenteismo lavorativo e di evitamento dei contatti con i pazienti [7]. Un’altra ripercussione contemplata riguarda la stigmatizzazione nei confronti di coloro che lavorano a contatto con pazienti infetti. Gli operatori sanitari (infermieri, medici, operatori-sociosanitari, tecnici di laboratorio, ecc.) sono tra le persone più esposte e soggetti ad un forte carico di stress e rischio di burnout. Lo stress fisico causato dai dispositivi di protezione, il costante stato di allerta e vigilanza in cui versano, i turni di lavoro estenuanti, nonché il timore di contagiare amici e parenti a causa della maggiore esposizione sul luogo di lavoro, costituiscono fattori di rischio che predispongono tale categoria alla possibilità di sperimentare una serie di disagi psicologici che possono nel tempo concretizzarsi in disturbi psichici conclamati. In tal senso, anche in questa fase di ripresa, è necessario tutelare e supportare la salute e il benessere mentale di tutti gli operatori sanitari che agiscono in prima linea, sostenendoli con interventi di salute mentale e supporto psicosociale. Le domande che emergono dallo sfondo sono le seguenti: “Come si può a livello comunitario essere resilienti in questa «fase di ripresa»?”, ovvero “Come si può gestire positivamente questo stress che ha coinvolto il mondo intero?” “Come possiamo trovare un adattamento creativo a tutto ciò?”. In un momento così delicato, è fondamentale innanzitutto che i segnali di sofferenza del singolo individuo non vengano sottovalutati e che si ponga su di essi la dovuta attenzione in modo da garantire una presa in carico tempestiva del disagio. Ora più che mai, sarà fondamentale sforzarsi di mantenere una certa centratura, tenendo ben presente il limite oltre il quale la prudenza sconfina nel territorio dell’ansia, che può portare ad atteggiamenti davvero poco utili a proteggersi dall’infezione (anche noi clinici ci ritroveremo a ristabilire il confine tra ciò che definiamo patologico e ciò che non lo è). Per ridurre l’ansia e lo spaesamento è utile focalizzarsi su un’adeguata strutturazione del tempo [8], ricreando nuove routine e abitudini, in grado di sostituire quelle che un tempo ci ancoravano all’esistenza. Tutto questo senza perdere di vista che questo adattamento è nelle nostre capacità, risiede nella nostra Phisis [9], ovvero in quell’energia vitale che è dentro di noi, che ci consente di affrontare anche i momenti più difficili con resilienza, perché anche un trauma può portare a una crescita positiva, rinforzando le capacità di ognuno di noi nel gestire le avversità future. Quindi, per essere resilienti in questa fase di ripresa, occorre smetterla di essere giudicanti verso il prossimo ed evitare azioni che possano indurre lo stigma e la discriminazione, piuttosto occorre mostrarsi responsabili e ricordare che pensare al bene dell’altro significa pensare al proprio bene.

     

    Bibliografia

     

    1. Cattaneo, M. (2020). I giorni della separazione. Mind, 185, XVIII, maggio, 3.
    2. http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus
    3. Sabato, G. (2020). Le conseguenze dell’isolamento. Mind, 185, XVIII, maggio, 24-31.
    4. Holt-Lunstad, J., Smith, T. B., Baker, M., Harris, T., & Stephenson, D. (2015). Loneliness and social isolation as risk factors for mortality: a meta-analytic review. Perspectives on psychological science10(2), 227-237.
    5. Brooks, S. K., Webster, R. K., Smith, L. E., Woodland, L., Wessely, S., Greenberg, N., & Rubin, G. J. (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet.
    6. Reynolds, D. L., Garay, J. R., Deamond, S. L., Moran, M. K., Gold, W., & Styra, R. (2008). Understanding, compliance and psychological impact of the SARS quarantine experience. Epidemiology & Infection136(7), 997-1007.
    7. Cava, M. A., Fay, K. E., Beanlands, H. J., McCay, E. A., & Wignall, R. (2005). The experience of quarantine for individuals affected by SARS in Toronto. Public Health Nursing22(5), 398-406.
    8. Berne, E. (1964). Games people play: The basic handbook of transactional analysis.  Berne.–New York: Ballantine Books.
    9. Berne, E. (1947). The mind in action. New York: Simon and Schuster.